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Pregiudizio e Orgoglio: l’unicità che fa la differenza

By 20 Luglio 2022 No Comments

di Chiara Grassi

Say it clear, say it loud. Gay is good, gay is proud (“Dillo in modo chiaro, e gridalo. Essere gay è giusto, essere gay è motivo d’orgoglio”). Questo motto urlato a gran voce da migliaia di persone è il grido spontaneo nato nel 1969 durante la neonata manifestazione di rivendicazione per l’orgoglio LGBT+: la prima vera occasione di storica rivalsa, a favore della dignità e del rispetto di tutti gli individui, a prescindere dal loro orientamento sessuale e della loro identità di genere.

In realtà ciò che accadde quell’anno, nella notte tra il 27 ed il 28 giugno, fu una rottura violentissima con il passato, ben lontana da un’espressione pacifica, libera ed organizzata. Siamo a New York negli anni ‘60, le persone gay e transgender vivono una condizione di forte repressione da parte dello Stato, attraverso ripetute retate della polizia nei locali notturni di ritrovo, ai quali era fatto divieto servire loro alcolici. 

Essere gay non è veramente illegale nello stato di New York, ma il reato di sodomia sarà depenalizzato solo alla fine degli anni ’70. Nel 1968 l’omosessualità e il transessualismo sono appena stati dichiarati “deviazioni sessuali” secondo il neonato DSM-II (Manuale diagnostico dei disturbi mentali) dell’American Psychiatric Association (APA) e sono decenni ormai che il panorama pseudoscientifico cerca pervicacemente nuove terapie di conversione, ideate per provare a modificare l’orientamento sessuale, nell’ottica di un paradigma volto alla guarigione dalla deviazione da ciò che viene generalmente considerata “normalità”. In tale contesto, in balìa di legislazioni contraddittorie, assenza di tutele ed attacchi ferocissimi alla dignità individuale, la comunità LGBT+ soffre un’importante ed esplicita discriminazione: lo stigma diviene isolamento e ghettizzazione, ma contemporaneamente desiderio di comunanza e ribellione. 

Quella notte del 27 giugno 1969, dopo l’ennesimo raid delle forze dell’ordine, gli avventori e le avventrici dello Stonewall Inn, storico bar di New York, decidono di opporsi ai reiterati soprusi e reagire. Mentre allora gli agenti compiono gli arresti e identificano i presenti come consuetudine, qualcuno inizia a ribellarsi con forza, scatenando ben presto le proteste di centinaia, poi migliaia di persone accorse di fronte al locale.

E’ una lunga e densa notte di scontri contro l’autorità impreparata e schiacciata dalla massa insorta, ma soprattutto di incontri tra i manifestanti, che prendono coraggio dalla forza di ogni singola persona che si schiera al loro fianco.
Un momento di svolta, che passa necessariamente per la violenza, ma che rafforza nella comunità discriminata senso d’appartenenza ed orgoglio.
Sì, perché non c’è più bisogno di nascondersi portandosi il faticoso fardello della colpa e della vergogna, ma si può urlare e lottare per la propria libertà di essere. 

Come simbolo di tale momento storico di insurrezione, venne celebrato il 28 giugno 1970, un anno dopo i moti di Stonewall, il primo Gay Pride a New York, rinominato nel tempo in forme sempre più inclusive, fino all’attuale LGBTQIA+ Pride, che include l’impegno a difendere la dignità, l’equità di diritti e l’autoaffermazione delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersessuali, asessuali e chiunque non si riconosca nelle altre sigle esistenti.

Il processo di mutamento socioculturale è sempre lungo e faticoso, ma molti passi in avanti sono stati compiuti da allora, proprio grazie a quella notte. Nel 1973 l’APA prese le distanze dal DSM-II, rivalutando l’orientamento sessuale senza patologizzarlo, ma sarà solo nel 1990 che l’Organizzazione Mondiale della Sanità cancellerà definitivamente l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali. Il traguardo è cruciale: anziché concentrarsi sulle diversità partendo da un generico, ma lapidario concetto di “normalità”, si apre all’accettazione delle singole differenze individuali nella loro unicità e specificità.

Oggi, come cinquantatré anni fa, giugno è ritualmente un mese affidato alle celebrazioni del Pride in tutto il mondo, o quasi. Molta infatti è ancora la strada da percorrere per combattere l’omotransfobia, che si insinua pericolosamente in ogni dove: dedicare un momento dell’anno all’orgoglio di essere semplicemente se stessi è un fondamentale passo per la conoscenza, la comprensione e la dignità di ogni essere umano, combattendo la paura che porta pregiudizio e divisioni sociali.

La psicologia, nel suo particolare lavoro di ascolto, è sempre impegnata al rispetto di qualsiasi forma di sofferenza e, scevra da giudizi, accoglie nella relazione la storia di sé che ognuno desidera raccontare. Parla a tutte le persone ed è per chiunque. Chiedere aiuto è sempre un atto di grande coraggio. Si può scoprire, tuttavia, come la condivisione con l’altro favorisca i presupposti essenziali per sentirsi meno soli ed impotenti di fronte al dolore e costituisce un tassello imprescindibile per un percorso di cambiamento.
Per questo gli eventi di Stonewall Inn possono parlare a ciascuno di noi e vanno sempre ricordati: abituarsi alle forme di violenza perpetrata è sopravvivere, ma avere la forza di aprirsi agli altri ed urlare la propria voce, anche se questa è fuori dal coro, è il primo importante passo per cominciare finalmente a vivere con orgoglio, liberamente.

 

Per approfondire:

Rainbow Map: https://www.opl.it/public/files/17141-OPL_Dossier-LGBT+_singolapdf.pdf

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