
di Valentina Dal Pero
Donald Winnicott introduce una delle sue ultime opere, aprendo una breccia sulla dimensione del dolore umano, in modo particolare soffermandosi sul significato di quella che lui definì come “paura del crollo”. Un concetto di profonda complessità a cui tuttavia qualcuno aveva già avuto accesso.
Si tratta di coloro che arrivano alla radice dell’esistenza umana, di coloro che danno voce all’indicibile rivestendo quel terribile buio, da cui si vorrebbe scappare, di una vera e calda dignità.
“Se in questo che dico c’è un barlume di verità, i poeti di tutto il mondo se ne saranno già occupati grazie alla loro comprensione istintiva” (Winnicott, [1971], 1974).
La poesia tocca i confini sconosciuti del dolore, della gioia, dell’inquietudine, della speranza…di tutti quei vissuti che forgiano quel tabernacolo che custodisce il cuore dell’essere umano.
Allora per noi terapeuti, per tutti coloro che sono a contatto quotidianamente con l’unicità della vita di ogni singola persona, è importante nutrire la consapevolezza che alla base della comprensione del dolore risiede l’apertura di una porta che chiede di addentrarci prima di tutto dentro noi stessi.
È una porta che ci chiede il coraggio di riconoscere che la sede della fragilità umana giace prima di tutto dentro di noi. Ma come fare ad accogliere quel germe da cui è scaturito dolorosamente del sangue? Come fare ad accettare quel lato di noi che ci sembra così inamabile? Come è possibile arrivare al cuore di quella ferita da cui perennemente si è tentata la fuga?
Forse dentro a tutto questo è custodito il significato della parola Amare. Un’esperienza che ci nutre e ci rende nutrimento. Nutrimento per chi questo viaggio lo deve ancora affrontare. Nutrimento per chi non ha ancora scoperto il senso del proprio essere al mondo e del sangue che scorre dal dolore delle proprie ferite.
È un viaggio a tratti tortuoso, complesso, coraggioso. Muove talvolta la ricerca di un aggrappamento, una scintilla che dia la luce di un rispecchiamento, ma anche lo spazio di un riposo.
Che cos’è allora la poesia? È la parola che anima il mondo, che genera voce per chi non riesce a gridare, che genera incontro per chi è immobile sotto l’ombra della solitudine, che genera nutrimento per chi dipinge ancora una piscina vuota in mezzo al mare.
È così la disposizione ad entrare in contatto con l’anima dei poeti, anime sensibili, travagliate, pelle viva, a portare il coraggio di incontrare il dolore, il nostro stesso dolore, rivestendolo di dignità.
La poesia può diventare strumento terapeutico nelle stanze di analisi così come all’interno delle analisi gruppali. È una forza che può portare all’apertura di nuovi scenari, complessi paesaggi dell’anima dentro i quali si può fare esperienza di non sentirsi più soli.
È a tal proposito che intendo lasciar parola ad una poetessa che in tema di dolore mi è di grande ispirazione. Sono le parole di Emily Dickinson, lirica poetessa statunitense. Parole che sembrano raccontare la storia di chi porta una croce. Di chi si domanda il senso della vita e vive ricercandolo incessantemente. Una ricerca che forse aspira ad una compagnia, ad un rispecchiamento che sia balsamo, che sia contenitore di quel peso che la solitudine renderebbe dilagante.
Misuro ogni dolore che incontro
Misuro ogni Dolore che incontro
Con acuti, Occhi, che indagano –
Mi chiedo se pesa come il Mio –
O ha una taglia più Leggera –
Mi chiedo se l’abbiano portato a lungo –
O sia appena iniziato –
Non saprei dire la Data del Mio –
Sembra così vecchia una pena –
Gli Afflitti – sono tanti – mi dicono –
C’è una varietà di Cause –
La morte – è solo una – e viene solo una volta –
E si limita a inchiodare gli Occhi –
(…) C’è il Dolore della Mancanza – e il Dolore del Freddo –
Una varietà chiamata “Disperazione” –
C’è l’Esilio dagli Occhi natii –
Pur all’interno dell’Aria Natia –
E sebbene non possa indovinarne il genere –
In modo corretto – tuttavia per me
Un penetrante Conforto offre
L’attraversamento del Calvario –
Notare la foggia – delle Croci –
E come sono di solito portate –
Sempre affascinata dal presumere
Che Qualcuna – sia come la Mia –
La poesia, in ambito terapeutico può diventare strumento di conoscenza e riflessione interiore ma, soprattutto, può essere la via per illuminare la voce dell’anima.
Molti autori psicoanalitici hanno attinto dalla fonte poetica per dare onore, senso, e sacralità alle storie che giorno dopo giorno hanno ascoltato tramite l’incontro con i loro pazienti.
Eugenio Borgna in tal senso ci ha lasciato un’eredità che parla del valore della poesia negli ambiti di cura della saluta mentale: “La psichiatria… non può fare a meno della poesia che l’aiuta a riconoscere la fragilità e l’umanità della follia”. Si tratta di uno sguardo che dona centralità al cuore della persona che si incontra, dando importanza al proprio mondo interno in quanto ricco portatore di emozioni, esperienze, dolori che in qualche modo toccano dei punti universali dell’esistenza umana.
È uno sguardo poetico che accompagna l’incontro con l’altro fatto di stupore, rispetto, delicatezza. La potenza di un linguaggio più morbido, melodico, danzante, generativo.
È dare dignità, allontanandosi da una psichiatrizzazione arida e desertica del dolore umano. Un approccio che guarda al sintomo come portatore di un significato. Così dovrebbe essere il cuore di ciò che accade in quella stanza d’analisi. Ogni paziente porta una storia, porta il dolore di una ferita. Porta la confusione, il vuoto, lo smarrimento eppure rivela qualcosa di inestimabile. Rivela l’essenza della vita, la trasmissione di un sapere, che si nasconde nel nocciolo di ogni esperienza.
“Il sapere delle cose della vita è frutto di lunghi patimenti” come dice Maria Zembrano.
“Vorrei che le loro parole, le loro esperienze vissute, aiutino a smascherare e a sbaragliare, l’infinita serie di pregiudizi e di incomprensioni con cui si tende a svuotare di senso l’esistenza psicotica: facendo cogliere, invece, la gentilezza e la fantasia, la capacità di introspezione e l’originalità dolorosa, che sono in essa e che sfidano i modi di essere di ogni (“normale” e quotidiana) forma di vita.” (Eugenio Borgna).
Per approfondire:
Borgna E. (2019): La follia che è in noi. Torino: Einaudi.
Ogden T. H. (2016). Vite non vissute. Milano: Raffaello Cortina Editore.
Winnicott D. W (1974, 1963). La paura del crollo. In Esplorazioni psicoanalitiche (1995), Milano: Raffaello Cortina Editore.